di Andrea Fumagalli –
La raccolta delle firme a favore di una proposta di legge di iniziativa popolare dal titolo “Imposta sui grandi patrimoni” (che avevamo già presentato qui lo scorso 10 maggio) si fonda sui principi costituzionali di capacità contributiva (art. 53, primo comma, Costituzione); progressività del sistema tributario (art. 53, secondo comma, Costituzione); eguaglianza sostanziale (art. 3, secondo comma, Costituzione); solidarietà economica e sociale (art. 2, Costituzione); funzione sociale della ricchezza (artt. 42 e 47 Costituzione). La raccolta è cominciata il 13 maggio e durerà sino al 13 novembre. L’obiettivo non è limitarsi a raccogliere il numero necessario minimo delle firme (50.000) – obiettivo peraltro già raggiunto in breve tempo – ma di favorire l’avvio di una discussione programmatica all’interno delle forze di sinistra anche in vista delle elezioni del 2027. Le firme raccolte verranno depositate al Senato, dove vige l’obbligo (a differenza della Camera) di iniziare la discussione della proposta nelle apposite commissioni entro due anni dalla fine della raccolta. È evidente che con questo governo – come già dichiarato da alcuni suoi esponenti (Meloni, in testa) – la proposta non verrà sicuramente discussa. Ma potrebbe esserlo con un governo differente, se c’è il coraggio sufficiente. I tempi sono maturi
La legge di iniziativa popolare promossa dal comitato “unpercentoequo” e da Rifondazione Comunista per introdurre una tassazione dell’1% sui grandi patrimoni oltre i 2 milioni di euro al netto della prima casa (qualunque essa sia, tugurio o castello), depositata in Cassazione il 7 maggio scorso, ha raggiunto il numero di firme sufficiente (50.000) in 20 giorni. Al riguardo è interessante notare che la generazione che sostiene e più ha firmato, è quella dai 18 ai 42 anni, con una concentrazione tra i 28 e i 37 anni. Sono i lavoratori e le lavoratrici di oggi. Ma anche un ulteriore risultato è stato raggiunto: far partire una discussione economica e politica sulla natura discriminante e diseguale del sistema fiscale italiano.
Sul piano politico, AVS si è detta favorevole e ha già organizzato iniziative in tal senso come quella del 5 giugno scorso a Milano. Il PD, per bocca della segreteria Schlein ha prima affermato che bisogna muoversi sul piano europeo per poi aggiungere che “tassare i ricchi non è un tabù” e se ne può discutere nell’alleanza di opposizione al governo Meloni. I 5S nicchiano, alcuni sono contrari e altri (come Chiara Appendino) favorevoli, in ogni caso, attendono di sentire gli umori popolari.
Come era facile prevedere, si è invece scatenata l’indignazione della destra e dei benpensanti, a partire da Ferruccio De Bortoli sulle pagine del Corriere della Sera e da Stefano Folli su quelle di Repubblica sino ai commenti più trinariciuti dei giornali di destra.
C’è un filo rosso (pardon, nero) che accomuna buona parte di queste critiche, a parte il fatto che si parla genericamente di una tassa patrimoniale auspicata dal PD e nulla o poco si dice che è in atto una raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare, organizzata da altri soggetti della politica e della società civile. Ma sappiamo che in Italia la disinformazione è assai diffusa.
La prima critica riguarda l’affermazione, secondo la quale con l’introduzione di una patrimoniale ci andrebbe di mezzo il ceto medio. Maurizio Lupi, dall’alto del suo peso elettorale, scrive sulla sua pagina Fb che la patrimoniale è “una tassa ideologica che, nei fatti, finisce per colpire il ceto medio, le famiglie e chi ha costruito con sacrificio i propri risparmi”. Non da meno, ma leggermente più sofisticato, sempre dall’alto dei suoi consensi, è Matteo Renzi. Secondo il leader di Italia Viva, senza tagli alla spesa pubblica, una manovra del genere provocherebbe la fuga dei capitali all’estero, lasciando proprio il ceto medio a pagare il conto.
La seconda critica ricorda che in Italia c’è già una patrimoniale (l’IMU) e quindi non sarebbe il caso di aggiungerne un’altra. Ferruccio De Bortoli dalle pagine del Corriere della Sera tuona: “Insistere sul tema di una patrimoniale è il modo migliore per perdere le elezioni. Prima di tutto va ricordato che alcune patrimoniali ci sono già, come l’Imu. In secondo luogo è del tutto sconsigliabile parlarne alla vigilia di un grande passaggio di patrimoni, non tutti di miliardari, vista l’età avanzata di molti boomer, ovvero i nati nell’immediato Dopoguerra” (si riferisce, forse, al suo lascito ereditario?). Sulla stessa lunghezza d’onda, si pone Stefano Folli dalle pagine di La Repubblica, secondo cui “sbandierare l’idea di una patrimoniale si rivela spesso controproducente. Sebbene le proposte del centrosinistra (come quelle del PD o dei sindacati) mirino a colpire solo l’1-2% più ricco della popolazione per redistribuire le risorse, la comunicazione finisce per allarmare ingiustamente i ceti medi, regalando alla destra un facile argomento per fare terrorismo psicologico”.
La terza critica riguarda la difficoltà di calcolo del patrimonio e quindi la possibilità di eludere l’imposta. In alcuni talk show si è persino paventato da esponenti della destra la possibile irruzione del fisco nelle case private per controllare i quadri e i gioielli posseduti! Carlo Cottarelli, in un intervista a Il Foglio, aggiunge che: “Se i dem (!!!) intendono davvero riproporre una tassa sulla ricchezza, andrebbero oltre Mamdani che a New York sta introducendo una serie di provvedimenti che colpiscono i redditi alti. Perché in questo modo si tasserebbe due volte la stessa cosa. Il che sarebbe tecnicamente ingiusto”.
La quarta e ultima critica, dopo aver sostenuto la non realizzabilità di tale proposta perché perdente da un punto di vista politico, afferma che la distorsione del sistema fiscale in Italia è causata principalmente dall’elevata evasione fiscale. Scrive ancora De Bortoli: “E allora, ci si domanderà come fare per ridurre l’ingiustizia fiscale? Combattere la piaga dilagante del nero e del sommerso, intensificare la lotta all’evasione fiscale e contributiva (cento miliardi l’anno)”.
Non teniamo conto di altre posizioni critiche per il loro elevato tasso ideologico (“i soliti comunisti”) tipo il cliché berlusconiano trito e ritrito che i comunisti voglio tassare (pardon, mangiare) i ricchi quando la loro ricchezza è meritata perché hanno sudato e lavorato a differenza dei poveri.
Sul primo e secondo punto occorre fare chiarezza terminologica: la proposta di legge popolare non parla di “patrimoniale”, bensì di “contributo solidarietà grandi fortune” (sul modello spagnolo) dell’1% (il minimo sindacale, inferiore al 2% della legge spagnola e dalla proposta Zucman al centro del dibattito francese e tedesco) al di sopra dei 2 milioni di euro (al netto della prima casa, ricordiamo). Coloro che ne verrebbero colpiti sono poco più di 300.000 residenti su una popolazione maggiorenne (> 18 anni) di 51,9 milioni (pari allo 0,6%). Il ceto medio non c’entra nulla e non ha nulla da temere. Proprio per questo il termine “patrimoniale” è fuorviante e viene volutamene e falsamente strumentalizzato, perché non si tratta di una tassa che va a colpire la maggior parte della popolazione come è invece l’IMU o il bollo sull’auto (a partire da una bassa franchigia come la no tax area per il reddito), ma solo una ristrettissima élite, con un impatto assai insignificante sulle fortune possedute ma rilevante per le casse dello Stato (la stima è superiore ai 26 miliardi).
Riguardo la terza obiezione, come gli stessi critici sono costretti ad ammettere, la distorsione fiscale italiana sta nel fatto che oggi non tutti i cittadini sono uguali davanti al fisco. Al di là delle agevolazioni di tipo elettorale che questo governo ha concesso con l’introduzione di forme di flat tax sul lavoro autonomo, la vera ingiustizia è che le imposte sui diversi cespiti di capitale (da mobiliare a immobiliare, da successione alle quote azionarie, ecc.) sono tassate meno di un reddito medio di un lavoratore (35.000 euro l’anno). Al riguardo è incomprensibile la dichiarazione di Cottarelli sulla doppia tassazione, visto che il reddito (che deriva da un’attività economica) e la ricchezza patrimoniale (che deriva dall’esercizio della proprietà privata sotto forma di rendita) sono cespiti per definizione non assimilabili. Sarebbe come dire che il reddito che deriva dalla proprietà di una casa (affitto) o dalla distribuzione di dividendi o plusvalenze non deve essere tassato perché è già stato tassato il reddito che ne ha consentito l’acquisto (per non parlare delle successioni). E poiché per il 95% le grandi fortune derivano da queste forme di reddito da capitale, il risultato paradossale è che, come hanno dimostrato i più recenti studi, il sistema tributario italiano, in contrasto con il principio di progressività sancito dall’articolo 53 della Costituzione, è solo leggermente progressivo fino al 95° percentile della distribuzione del reddito, e regressivo per il 5% più ricco. Inoltre, è regressivo lungo l’intera distribuzione quando gli individui sono classificati in base alla loro ricchezza netta.
Occorre poi aggiungere – elemento di non poco conto – che oggi, a differenza del passato, la totalità delle transizioni di capitale avvengono tramite piattaforme digitali e quindi sono facilmente tracciabili, a differenza di molte transazioni dell’economia reale. Non ci sono quindi forme di possibile elusioni, ma tutto risulterebbe chiaro e trasparente, se solo si volesse.
Riguardo la quarta critica, è vero che in Italia il gettito fiscale è assai inferiore a quello che dovrebbe essere. Ma il problema non è tanto l’evasione (che opera principalmente sui contributi lavorativi e sul non pagamenti dell’Iva, quindi sull’economia reale) ma l’elusione, che opera legalmente e che maggiormente interessa l’economia finanziaria e i suoi redditi da capitale. Qui sta il vulnus della regolamentazione e della semplificazione del sistema fiscale italiano.
Last but not least, si afferma che l’introduzione di una tassazione delle grandi fortune può solo prendere piede a livello europeo (vedi Schlein e Conte). Al riguardo, bisogna ricordare che la costituzione dell’Unione Europea, per scelta politica neoliberale, si è fondata solo sull’unione monetaria, tralasciando qualsiasi ipotesi di unione fiscale. In Europa c’è una politica monetaria comune ma non c’è volutamente una politica fiscale comune. Ciò implica che una proposta di tassazione comune europea sulle grandi fortune è oggi irrealizzabile e chiedere che ciò che venga fatta solo a livello europeo significa affossare tale proposta. Ciò che è realizzabile è invece che i singoli stati nazionali si facciamo promotori di un’istanza del genere. La Spagna ha già deliberato in merito. Svizzera e Norvegia (che non fanno parte dell’euro) hanno già disposizioni simili. Se anche in Francia e in Germania una simile proposta trovasse riscontro nelle singole legislazioni nazionali, allora sì che a livello Europeo si potrebbe cominciare a pensare a una politica fiscale comune. Occorre che anche l’Italia faccia la sua parte. Sicuramente non con questo governo ma con un auspicabile diverso governo futuro. Sinistra, se ci sei, batti un colpo.
Se poi si tiene conto che la legge di iniziativa popolare vincola il gettito ottenuto al finanziamento del Servizio Sanitario, al sostegno al Sistema Educativo, a politiche abitative e di transizione ecologica, alla sicurezza sul lavoro e al supporto sociale e, aspetto non secondario, alla riduzione delle aliquote Irpef sui redditi medio bassi (quindi anche al ceto medio, che non verrebbe quindi tartassato da questa proposta, anzi..), si tratta di un’azione di puro buon senso.
da effimera.org




