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Grandi patrimoni, un’imposta che attua la Carta

di Alessandra Algostino –

La Costituzione ha un sogno, un sogno con solide gambe: l’eguaglianza, sostanziale, effettiva, che si concretizza nell’emancipazione per tutte e tutti («il pieno sviluppo della persona umana» e l’«effettiva partecipazione» dell’articolo 3). È un progetto che cammina con la solidarietà e muove i propri passi sul terreno del diritto alla salute, all’istruzione, alla casa, all’assistenza sociale, alla sicurezza del lavoro.

Il riconoscimento della proprietà privata si accompagna alla previsione di «limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti» (articolo 42) e «la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali» (articolo 41). Coerentemente, l’articolo 53 della carta costituzionale stabilisce che «tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva» e che «il sistema tributario è informato a criteri di progressività»: «un criterio più democratico, più aderente alla coscienza della solidarietà sociale» (Scoca, Democrazia Cristiana, 23 maggio 1947, Assemblea Costituente).

La proposta di legge di iniziativa popolare «Imposta grandi patrimoni» agisce all’interno dell’orizzonte costituzionale: prevede l’istituzione di un’imposta patrimoniale annuale sulle persone fisiche, sulla quota di patrimonio complessivo eccedente i due milioni di euro (con l’esclusione dell’abitazione principale dalla base imponibile), progressiva, dall’1% sino al 3.5% (in tal caso sulla quota di patrimonio eccedente i 20 milioni di euro), nonché una imposta di successione sui grandi patrimoni.

È una legge di attuazione della Costituzione, riconducibile ai fini sociali, alla solidarietà, alla progressività, all’eguaglianza sostanziale; rispecchia la connessione fra imposizione fiscale, redistribuzione della ricchezza e il compito della Repubblica di liberare dagli ostacoli posti dalle condizioni economiche e sociali.

L’articolo 4 della proposta esplicita il nesso, laddove introduce vincoli sul gettito, che è da destinare al finanziamento del Servizio sanitario nazionale, dell’istruzione pubblica, delle politiche abitative, della sicurezza del lavoro e del sostegno al reddito nonché per le politiche per la transizione ecologica (termine quest’ultimo da intendere al netto delle mistificazioni).

«È la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione» (Corte costituzionale, sent. n. 275 del 2016) e al bilancio devono essere assicurate le risorse necessarie concretizzando la solidarietà economica e sociale e la progressività, con l’«effetto collaterale» di perseguire l’eguaglianza sostanziale.

In quanto correlata all’esigenza di rendere effettivi i diritti sociali, la proposta di tassazione dei grandi patrimoni si presenta come una legge «costituzionalmente necessaria»; integra un dovere di intervento in capo alle istituzioni statali.
Invero, se si guarda oltre le distorsioni terroristiche del termine «patrimoniale», non si ragiona di una iniziativa particolarmente rivoluzionaria, ma che tocca le condizioni minime di una democrazia, nel presupposto che la democrazia è sociale o non è (lo affermava il democristiano Mortati). Suona eretico solo perché oggi l’ortodossia neoliberista ha demolito la democrazia sociale, dissolto il legame sociale, neutralizzato il conflitto e sta confinando i diritti (liberali) per blindare la lotta di classe vinta dall’alto.

Una “semplice” attuazione della Costituzione, dunque, che, tuttavia, nel contesto di un modo dominato dalla competitività letale e bellica del capitalismo, nelle sue varie declinazioni, si presenta come alternativa radicale al presente.

Tassare i grandi patrimoni, quindi, insieme attua la Costituzione e inverte la rotta: muove verso l’eguaglianza in un mondo governato da diseguaglianze crescenti; ricorda il senso della solidarietà contro il mantra della competitività; configura l’emancipazione sociale come un diritto in luogo della colpevolizzazione della povertà; concretizza l’orizzonte della trasformazione sociale; apre una crepa in un modello di sviluppo strutturalmente diseguale.

Ed è una proposta che può aiutare la politica a ritrovare la tensione a ragionare in termini di visioni del mondo, incontrando la politica come voglia di principi delle piazze per la Palestina come dei cittadini che hanno affossato la riforma meloniana della giustizia.

Il manifesto
21/07/2026

www.unpercentoequo.it

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