Stefania Brai* –
Fa effetto non solo il fatto che in Commissione cultura della Camera l’opposizione abbia votato insieme al centro destra la nuova riforma del settore cinematografico, ma ancor di più che i partiti dell’opposizione si siano trovati d’accordo con i partiti del Governo di destra su cosa sia “il bene del cinema italiano”, bene in base al quale hanno votato la legge.
In un momento in cui la destra fascista al Governo sta sferrando gli attacchi più pesanti alla libertà di opinione, alla libertà di informazione, alla libertà di pensiero e alla libertà di dissenso, alle istituzioni culturali e al servizio pubblico radiotelevisivo, alla libertà della cultura in generale (per non parlare degli attacchi ai diritti civili e sociali, delle leggi liberticide e dello stato di polizia sempre più presente), quale può essere la visione, l’idea e il progetto culturale che unifica i partiti di opposizione con questo Governo? O il cinema, cioè la cultura, sono terreno “neutro”?
E allora fa effetto che non si dia più peso alle parole, cioè ai concetti, alle visioni del mondo espressi in questa proposta di riforma. Ma certo farebbe ancora più effetto se quelle parole, quei concetti, quelle visioni, fossero condivisi nel loro significato.
Pd, Avs, M5S concordano per esempio sul fatto che tra gli scopi di un finanziamento pubblico alla cultura ci sia quello di rafforzare la “competitività del sistema economico”, di rispettare la “neutralità tecnologica”, di garantire “l’equilibrio tra esigenze industriali e obiettivi culturali”? È in questo modo che si attua quel dettato costituzionale che dice che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”?
Ma prima di ogni altra cosa, prima di ogni altra considerazione di merito, Pd, Avs e M5S condividono l’idea che l’Agenzia per il cinema abbia come primo compito quello del “rafforzamento dell’identità della Nazione”? Non credo ci sia bisogno di spiegare il significato tutto politico di questa norma. Vorrei solo, per pignoleria, mettere in evidenza, all’interno di una idea di per sé terrificante, l’uso della parola “Nazione” al posto di “Paese”. Non so perché mi viene in testa un’altra parola: “remigrazione”-
Infine, sempre relativamente all’uso delle parole, ma questa volta solo perché probabilmente non se ne conosce il significato, cosa vuol dire che i futuri decreti legislativi “sono adottati nel rispetto di alcuni principi e criteri direttivi” tra i quali “sostenere la filmografia di genere, con particolare attenzione ai generi del fantastico, dell’azione, della fantascienza, dell’orrore e storico”? Senza entrare nel merito dell’importanza del genere “orrore” nella cultura italiana, qualcuno sa all’interno della Commissione cultura della Camera cosa vuol dire filmografia? Sembra di essere tornati all’epoca di Francesco Alberoni che per dimostrare le sue competenze del settore e meritare la presidenza del Centro sperimentale di cinematografia, disse che era cinofilo.
Ma sinceramente fa anche effetto come la cancellazione della storia, della memoria delle battaglie e delle proposte del mondo del cinema abbia pervaso anche chi viene da quella storia e da quelle battaglie.
Come si fa a spacciare per “rivoluzionaria” l’dea di una Agenzia per il cinema, idea tanto vecchia da essere stata contestata addirittura nel 2006 quando rappresentanti delle diverse professionalità del cinema italiano, riunite in un lungo seminario sotto la presidenza delle “Giornate del cinema”, elaborarono una piattaforma per la riforma del settore che contestava esattamente quell’idea? Già allora all’ipotesi di una Agenzia si contrapponeva quella di un “Centro nazionale del cinema e dell’audiovisivo” completamente autonomo dal ministero, quindi dal Governo di turno, e il cui consiglio di amministrazione era nominato dal Parlamento “attingendo a proposte vincolanti di ristrette rose di nomi indicate dalle categorie più rappresentative della cultura e dell’industria cinematografica”.
Al Cnc, in quella proposta, erano destinate tutte le risorse provenienti dalla fiscalità generale (quote riservate al settore cinematografico nell’ambito del Fus) e dalla fiscalità di scopo. Per chi non lo sa o ha scarsa memoria fiscalità di scopo vuol dire prelievo effettuato in una quota percentuale da tutti quei soggetti che traggono profitto economico dall’utilizzazione del “prodotto” film. Ipotesi scomparsa da tutte le agende politiche. Evidentemente perché anche qui alcuni interessi non devono essere toccati.
Tutto cambia per non cambiare nulla. L’agenzia serve solo a “razionalizzare” – forse – l’uso dei finanziamenti, a dare l’impressione di un autogoverno del settore, ma in realtà nulla cambia perché lo statuto dell’Agenzia è di competenza governativa e non parlamentare (cioè legislativa), il direttore è nominato con decreto del Presidente della Repubblica su proposta del ministro, il consiglio di amministrazione (ridottissimo) è nominato per la quasi totalità dal Governo. Nessuna autonomia, nessun autogoverno del settore. Tutto resta nelle mani dei ministri di turno.
E tutto cambia per non cambiare assolutamente nulla perché le opposizioni delegano al Governo – a questo Governo fascista che vogliono mandare a casa tra un anno perché sta calpestando continuamente nella forma e nella sostanza la nostra Costituzione antifascista – la vera riforma del cinema tramite i decreti attuativi sui quali nessuno potrà mettere più bocca e che sono quelli che decideranno realmente quanto, con quali criteri, con quali strumenti e “cosa” lo Stato finanzierà o non finanzierà.
La parola “cosa” in questo caso vuol dire cultura, vuol dire arte, vuol dire pensiero, vuol dire pluralismo delle idee, delle forme, dei generi, delle visioni del mondo. Tutto questo regalato alla destra?
*Responsabile nazionale Cultura PRC-S.E.




