Intervento di Stefania Brai, responsabile cultura di Rifondazione comunista, pubblicato sul quotidiano il manifesto del 4 luglio 2026.
Votata già all’unanimità nella Commissione cultura, la riforma del cinema è arrivata all’esame della Camera. E in tutti gli interventi in aula si è esaltata l’importanza della convergenza delle opposizioni con i partiti di destra al governo. Perché, secondo il Pd, «il cinema non appartiene a questa o a quella maggioranza politica, ma è un patrimonio della Repubblica».
Invece la salute, la scuola, il lavoro non sono diritti garantiti dalla Costituzione e «patrimonio della Repubblica»? O forse il cinema, e la cultura, sono terreno «neutro» e hanno così poca importanza «politica» da poter essere «condivisi» con la destra? Con questa destra al governo che sta sferrando gli attacchi più pesanti alla libertà di opinione e di informazione, alla libertà di pensiero e di dissenso, alle istituzioni culturali e al servizio pubblico radiotelevisivo, alla libertà della cultura in generale (per non parlare degli attacchi ai diritti civili e sociali e delle leggi liberticide). Quale può essere la visione, l’idea e il progetto culturale, e dunque tutto politico, che unifica i partiti di opposizione con questo governo?
PD, AVS E M5S condividono l’idea che l’Agenzia per il cinema che la legge introdurrebbe abbia come primo compito quello del «rafforzamento dell’identità della Nazione»? Non credo ci sia bisogno di spiegare il significato tutto politico di questa norma. Anche per il Pd, Avs e M5S l’importanza di questa legge consiste nel «superamento di un sistema fondato su assistenzialismo, burocrazia ed egemonie culturali», come ha affermato l’esponente di Fratelli d’Italia?
Fa anche effetto che non si dia più peso alle parole, cioè ai concetti, alle visioni del mondo espressi in questa legge. Pd, Avs, M5S concordano per esempio sul fatto che tra gli scopi di un finanziamento pubblico alla cultura ci sia quello di rafforzare la «competitività del sistema economico», di rispettare la «neutralità tecnologica», di garantire «l’equilibrio tra esigenze industriali e obiettivi culturali»? È in questo modo che si attua quel dettato costituzionale che dice che «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese»?
E FA ANCORA EFFETTO come la cancellazione della memoria delle battaglie e delle proposte del mondo del cinema abbia pervaso anche chi viene da quelle battaglie. Ci si chiede come si faccia a spacciare per «rivoluzionaria» l’idea di una Agenzia per il cinema, idea contestata addirittura nel 2006 quando rappresentanti delle diverse professionalità del cinema in un seminario delle «Giornate del cinema» elaborarono una piattaforma per la riforma del settore che contestava esattamente quell’idea. All’ipotesi di una Agenzia si contrapponeva quella di un «Centro nazionale del cinema e dell’audiovisivo» completamente autonomo dal Ministero, e il cui cda era nominato dal Parlamento «attingendo a proposte vincolanti di ristrette rose di nomi indicate dalle categorie più rappresentative della cultura e dell’industria cinematografica».
Al Cnc, in quella proposta, erano destinate tutte le risorse provenienti dalla fiscalità generale e dalla fiscalità di scopo. Per chi non lo sa, o ha scarsa memoria, fiscalità di scopo vuol dire prelievo effettuato in una quota percentuale da «tutti» quei soggetti che traggono profitto economico dall’utilizzazione del «prodotto» film. Ipotesi scomparsa da tempo da tutte le agende politiche e ricomparsa magicamente in Aula proposta da Avs: «Piccola tassa di scopo del 5% sugli utili delle piattaforme». «Piccola», finalizzata, e solo dalle piattaforme, evidentemente anche qui per non spaventare e non toccare alcuni interessi.
TUTTO CAMBIA per non cambiare nulla. L’Agenzia serve a dare solo l’impressione di un autogoverno del settore, ma in realtà nulla cambia perché lo statuto è di competenza governativa e non parlamentare, il direttore è nominato con decreto del presidente della Repubblica su proposta del ministro, il cda (ridottissimo) è nominato per la quasi totalità dal governo. E tutto cambia per non cambiare nulla perché le opposizioni delegano al governo – a questo governo che vogliono mandare a casa perché sta calpestando nella forma e nella sostanza la nostra Costituzione antifascista – la vera riforma tramite i decreti attuativi sui quali nessuno potrà «vigilare» e che sono quelli che decideranno realmente quanto, con quali criteri, con quali strumenti e «cosa» lo Stato finanzierà o non finanzierà. La parola «cosa» in questo caso vuol dire cultura, vuol dire arte, vuol dire pensiero, vuol dire pluralismo delle idee, delle forme, dei generi, delle visioni del mondo. Tutto questo regalato alla destra?




