Dona con
HomeApprofondimentiIl ritmo della terra, la voce della memoria

Il ritmo della terra, la voce della memoria

di Laura Tussi –

Esistono voci che non si limitano a cantare, ma raccontano un territorio, custodiscono una memoria e, soprattutto, continuano a fare resistenza. Una di queste è senza dubbio quella di Marino Severini, co-fondatore, insieme al fratello Sandro, dei Gang. Lo abbiamo intervistato.

Esistono voci che non si limitano a cantare, ma raccontano un territorio, custodiscono una memoria e, soprattutto, continuano a fare resistenza. Una di queste è senza dubbio quella di Marino Severini, co-fondatore, insieme al fratello Sandro, dei Gang. Nati nelle Marche ma con lo sguardo da sempre rivolto al mondo, i Gang hanno attraversato oltre quarant’anni di musica italiana partendo dal punk-rock viscerale degli esordi (fortemente influenzato dai Clash) per poi inventare, di fatto, il folk-rock politico e culturale in Italia. Album come Le Radici e le Ali e Storie d’Italia sono pietre miliari che hanno unito il combat-rock alle storie dei partigiani, degli operai, degli ultimi e della terra.

Marino Severini non è solo il vocalist di una band di culto; è un narratore popolare, un “operaio della parola” che ha scelto l’indipendenza assoluta – pionieri in Italia anche nel crowdfunding totale per i loro dischi – pur di non scendere a compromessi con le logiche del mercato. Oggi lo incontriamo per fare il punto sul viaggio dei Gang, sulla forza della memoria collettiva e su cosa significhi, ancora oggi, cantare “dalla parte del giusto”.

La coerenza del cammino: dai palchi folk della terra
Gang inizia con l’urgenza e la rabbia del punk-rock degli anni ’80 per poi evolversi in un folk-rock radicato nella tradizione marchigiana e italiana. Come si è trasformata, negli anni, la vostra esigenza di esprimere la ribellione?

Più che il punk rock in generale noi siamo stati “illuminati” dalla cometa dei Clash! I Clash più di qualunque altra band punk rock riuscirono a passare in poco tempo, dall’urgenza e dalla rabbia della Rivolta (White Riot), alla Rivoluzione (Revolution Rock) ri-creando e mettendo in Opera l’essenza della cultura popolare (di cui il Rock’n’ Roll è la massima espressione del Novecento).

Furono gli artefici di una Nuova Unità. Un’unità degli Stili, prima quelli delle Subculture della Strada, e quindi del Rock ‘n’ Roll, e poi abbattendo le mura occidentali del Rock per condurlo verso il Villaggio Globale. Se prima di loro lo spirito guida del Rock era stato il blues, loro danno al Rock un nuovo spirito, sempre messianico, profetico, liberatorio, che proviene come sempre dagli “ultimi”, dai dannati della terra direbbe Fanon, di cui Marley è profeta: il Reggae quello delle comunità giamaicane emigrate a Londra. Quando dico reggae intendo anche le sue infinite espressioni come ska, rocksteady, roots reggae, dub, lovers rock, dancehall, modern roots.

A questa Opera Joe Strummer diede una consapevolezza nuova, un’appartenenza politica. E chiamò a Raccolta. In questa proiezione e slancio verso il Futuro vi è però un Ritorno all’origine. A Woody Guthrie e la sua Canzone Popolare moderna. Quella canzone tanto “Piccola” che può contenere Tutto. Dalla poesia epica, quella lirica, al cinema, la danza, il teatro, la letteratura e infine anche la musica!

I Clash sono più che politici dei Grandi Pontefici. Costruiscono il Ponte più grande fra Passato e Futuro. E riescono a trovare la via di uscita dalle catene del presente. La loro Opera è Rivoluzionaria! Per quel che riguarda i Gang (o la Gang, a piacere ), a distanza di più di 40 anni, io credo che nel nostro Canzoniere, non ci sia soltanto una sorta di Ribellione, o Rivolta che sia. Il nostro Manifesto resta sempre e comunque quello de “Le Radici e Le Ali”, che per noi non è soltanto un album di canzoni, ma un “metodo”, un programma, una strategia, uno Stile! Un modo per costruire un Ponte che resta Unico a distanza di molti anni. Io stesso mi riconosco nelle parole del filosofo Mario Tronti, quando diceva “io sono un conservatore rivoluzionario”. Nel nostro canzoniere convivono Tre Grandi Tradizioni del nostro Paese. La tradizione cristiana (per intenderci, quella dei Balducci, Turoldo, Don Milani, Don Gallo, Don Ciotti, Beati Costruttori di Pace, Comunità di Sant’Egidio, Zanotelli e altri). La Tradizione Comunista e socialista (uno per tutti GRAMSCI!!! soprattutto quello vicino a Ernesto De Martino) e la tradizione delle Minoranze (le Sinistre eretiche, Movimento delle donne, l’incontro con le culture dei Migranti, le Subculture della Strada).

Ed è con queste Tradizioni che si può costruire il Futuro del nostro Paese. Dal loro incontro, confronto, e dalla dialettica e prassi che ne può derivare, da queste Tradizioni se Unite, può risorgere l’avvento di un Nuovo Umanesimo. Quindi la nostra “proposta” è quella di andare indietro per andare Avanti! Andare indietro non per retro-cedere, ma per prendere la rincorsa necessaria per il Grande Balzo in Avanti! direbbe Mao. E uscire finalmente Fuori dal pantano del presente. “il Futuro viene Cantando” (da “Un Treno per Riace”).

La musica come atto di resistenza e memoria
Esiste qualcosa del fuoco punk delle origini che portate ancora dentro oggi?La musica come atto di resistenza e memoria? Siete spesso definiti i portabandiera di un rock politico e sociale, legato a doppio filo alla memoria della Resistenza e alle storie degli ‘ultimi’. In un’epoca attuale in cui la musica mainstream sembra prediligere l’evasione e l’individualismo, qual è, secondo te, il ruolo sociale che un musicista ha il dovere di ricoprire oggi?

Rispetto al ruolo da ricoprire io posso parlare solo per me stesso. Primo perché non ho nessuna intenzione di salire in cattedra e secondo perché non sono un “musicista”. Io scrivo delle canzoni e canto delle storie. Un genere di canzoni che contengono anche la musica, ma non solo. Le canzoni che scrivo e canto mi restituiscono appartenenza e organicità. E’ un modo, il mio, di “fare il Popolo”. Patty Smith una volta disse che per fare una Grande Spiaggia bisogna che ognuno di Noi porti il proprio granello di sabbia. Ebbene le mie canzoni sono come granelli di sabbia, utili a fare… il Popolo!

Una comunità, una società, un Popolo! Sono canzoni Popolari o aspirano ad esserlo, a diventarlo, nel corso del Tempo. Sono canzoni adatte ad una sorta di Liturgia, sono fatte per il Bene del Popolo. Come si fa oggi il Popolo? Imparando nuovamente a dire GRAZIE! Tutto ricomincia sempre dalla Parola. Canzoni come La Pianura dei 7 Fratelli o Sesto san Giovanni e molte altre del nostro Canzoniere ci insegnano a dire Grazie. Grazie ai partigiani e partigiane che hanno riscattato il Paese dall’orrore del nazifascismo e ci hanno fatto dono della Costituzione repubblicana. Grazie alla Classe Operaia che ci ha insegnato come conquistare la Dignità! Che, come diceva Ernesto Balducci “la Dignità è il Diritto alla Speranza”.

Ecco allora che a forza di dire Grazie, anche cantando, ristabiliamo in Noi delle Relazioni. Ciò significa che noi non ci siamo fatti da soli e ne prendiamo coscienza, anche affettivamente. Da qui rinasce l’Appartenenza e con essa la Libertà! Che non è come ci hanno voluto far credere “io mi faccio gli affari miei poiché non devo rendere conto a nessuno delle mie scelte”, visto che mi sono fatto da solo (vedi la Tatcher e Berlusconi) quando invece la libertà vera consiste nel compiere la scelta Giusta, quella scelta responsabile poiché colui che la compie si assume la responsabilità di quella scelta nei confronti della propria Appartenenza. Del NOI! Questa è la vera Libertà. Quindi le nostre canzoni sono l’antidoto migliore per combattere l’individualismo e la paura dell’altro, e aspirano a diventare utili per Costruire il Noi. Direi per Riconquistare il senso del Noi. Una intellettuale contadina come Maria Cervi diceva spesso in pubblico che “ogni conquista non è per sempre”. Il Noi va sempre riconquistato, generazione dopo generazione.

Questo è il mio ruolo e soprattutto queste sono le mie canzoni, dei beni culturali, frutto e opera del mio Lavoro! Il Lavoro che resta per me lo strumento principale per creare relazioni, (quindi culture) e per uscire dal “pantano” per procedere di nuovo nel cammino dell’Emancipazione.

Il legame fraterno: una vita in viaggio con Sandro
Tu e tuo fratello Sandro siete il nucleo e l’anima dei Gang da oltre quarant’anni. Condividere una vita intera sulla strada, tra sale d’incisione, palchi e lotte di ideali, è un traguardo raro. Qual è il segreto del vostro equilibrio e in che modo la vostra dinamica fraterna influenza la nascita di una canzone?

Nella storia del rock ci sono molte band formate da due fratelli, dai fratelli Fogerty dei Creedence Clearwater Revival ai fratelli Gallagher degli Oasis. Fin da bambini io sono stato sempre attratto e interessato ai libri. La lettura è stata sempre una mia Passione. Sandro invece ha preferito la musica. In sostanza visto che le nostre risorse economiche erano quelle che erano, io compravo i libri e lui i dischi. Questa sorta di divisione dei ruoli è continuata nei Gang. Io mi sono dedicato sempre più ai testi e Sandro alla musica. Questo genere di approccio è rimasto per tutti questi anni nell’ambito dei Gang e del nostro Canzoniere. In un articolo di una rivista musicale molti anni fa venimmo definiti “i fratelli Taviani” del rock italiano. Come dire che i fratelli Severini stanno al rock italiano come i fratelli Taviani stanno al cinema italiano.

Il valore dell’indipendenza e il crowdfunding
Con album come ‘Sangue e Cenere’ e i capitoli successivi, avete dimostrato che si può fare musica di altissimo livello (registrata anche a livello internazionale) mantenendo una totale indipendenza discografica grazie al sostegno attivo del vostro pubblico (il crowdfunding). Questa vicinanza con la vostra ‘tribù’ ha cambiato il vostro modo di concepire il rapporto con chi vi ascolta?

Il crowdfunding (o raccolta nella cassa comune) è uno strumento, un mezzo, ed il fine ultimo è la Libertà! Per quattro volte abbiamo ricorso allo strumento del crowdfunding (o meglio della “ cassa Comune”) al fine di realizzare quattro dischi. E ogni volta c’è stata una grande partecipazione. Ebbene io sono certo che per tutte e quattro le volte noi abbiamo fatto di questo strumento uno strumento “politico”. Attorno alla realizzazione di un disco siamo riusciti a costruire e ricostituire una sorta di Comunità. E questo fatto è la prova che ciò che abbiamo realizzato non è una semplice merce come tante, ma un Bene e un Bene Comune!!! Un Bene Comune e Culturale. Questa comunità che si fa carico della Produzione di questo Bene è quella che mettendo a disposizione le risorse necessarie a produrlo, crea quelle circostanze indispensabili affinché il nostro lavoro e il bene che produciamo non siano sottoposti alle regole e ai principi del mercato, dei suoi servitori e della sua divinità che è il profitto.

Questa comunità ci permette di lavorare da uomini Liberi! Questa è La Grande Vittoria! Ritengo che questo modo di fare sia un messaggio importante per tutti coloro che cercano delle strade nuove, delle soluzioni alla ricerca della Libertà! SI PUO’ FARE ma a queste condizioni, in questo modo. Gramsci direbbe diventando “organici” in una Comunità! E producendo Beni Comuni e Utili quindi producendo Bellezza e non merce. Credo che tutto questo ruoti attorno alla Fiducia. Le nostre scelte, quelle che molti dicono che sono coerenti e coraggiose, si sono basate sempre su un rapporto di fiducia con il nostro “popolo”. E quello stesso popolo o tribù o comunità, in tanti modi ci ha restituito quella fiducia, uno di questi è la “raccolta nella cassa comune” per la realizzazione di un disco di canzoni inedite.

Il paesaggio interiore e la provincia “cosmica”
Le Marche, la terra, i campi e le storie di provincia sono centrali nella vostra poetica. Eppure, la vostra musica ha sempre avuto un respiro internazionale, guardando al sound di band come i Clash e Bob Dylan. Come si riesce a far parlare la provincia profonda con il resto del mondo, rendendo universale una storia locale?

Molte delle nostre canzoni, sono canzoni popolari, cantano delle storie e il nostro Canzoniere col passare del tempo diventa sempre di più un canzoniere popolare. Nel senso che fa parte di una cultura che è quella popolare. Una cultura che ha sempre fatto i conti con l’eternità! È eterna, non è mai stata universale. Le storie che noi cantiamo non sono universali, ma appartengono a quell’Umanità che è composta dagli ultimi, dai vinti, dai banditi, dagli oppressi, da coloro che lottano per la libertà, la dignità. Per la giustizia, soprattutto quella sociale. Un’umanità, un popolo, fatto di tanti popoli, che va alla riscossa, riscatta e libera dal Male dei capitalismi e da tutte le maschere del teatro degli orrori, che il capitalismo indossa nel corso del tempo. Ognuna di queste storie contiene la Storia di questa Umanità. Tenerle vive significa tener viva la Memoria che è l’unico strumento che da vinti ci rende Invincibili.

Per farla breve, credo che è giunto il tempo di un nuovo Racconto. Se per secoli abbiamo creduto al racconto della rivoluzione borghese, vedi l’illuminismo col quale si è dato tutto il potere alla ragione, (poiché la ragione ci ha dato la tecnica e la tecnologia e con esse abbiamo dominato la natura e creato nel nostro immaginario categorie come lo sviluppo e il progresso e la crescita), ebbene questo Racconto è finito. Si tratta di iniziare a raccontare un “Uomo nuovo”, l’Uomo Planetario, capace di contenere in sé Moltitudini per dirla con Whitman e l’ultimo Bob Dylan entrambi ispirati dalle Sacre scritture.

Le Nostre Storie cantate appartengono alle nostre Tradizioni ed è con esse, dal loro incontro, che si può narrare l’Uomo Nuovo e creare il Futuro a sua immagine e somiglianza. Quelle tradizioni che ci siamo detti all’inizio di questa intervista. Del resto oggi aldilà dell’orizzonte cosa ci aspetta se non il Governo del Mondo? Poiché solo con il governo del Mondo potremmo riscattare gli orrori della globalizzazione e risolvere fin da ora i principali problemi comuni a tutta l’umanità: l’aria, il clima, l’aria, la criminalità organizzata, il limite da imporre allo smisurato potere delle tecnocrazie e delle autarchie.

Tutto ciò lo potremo risolvere solo se avremo una visione globale rispetto alla risoluzione dei nostri mali. Se vogliamo risolvere i nostri problemi del “condominio” possiamo farlo se abbiamo consapevolezza del Mondo nella sua totalità e non viceversa. Senza affatto rinunciare a ciò che siamo e siamo stati, alle strade che abbiamo percorso per arrivare fin qua, sulla soglia di un Mondo Nuovo, di una Nuova Umanità. Di un Uomo Nuovo. Quello Planetario, già evocato da Ernesto Balducci e dalle culture della Pace.

da www.unimondo.org

Ultimi articoli