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Ho disertato. Non abbiamo motivo di combatterci

di Mauro Carlo Zanella –

Per la quarta sera vado a cenare nello stesso bistrot, è un posto economico anche se si trova in centro, ma ora non c’è quasi nessuno perché piove e soffia un vento gelido.

Dentro però fa caldo e le due ragazze che lavorano qui sono gentili. Insomma, è un posto accogliente.

Ordino un borsh e un calice di vino moldavo rosso per scaldarmi. Vengo qui perché spero di incontrare “Nestor” (vedi articolo del 1° ottobre 2026). Abbiamo chiacchierato una sera, ma volutamente non conosco il vero nome, né ho il suo numero di telefono.

Forse è una preoccupazione eccessiva, ma io per una fotografia, tempo fa sono stato schedato e rilasciato con relativa foto segnaletica e qui, anche se la vita scorre in una apparente normalità, vige la legge marziale ed è meglio non rischiare inutilmente.

Quando la pioggia si fa meno fitta, lo vedo arrivare con un suo amico. Non sembra sorpreso nel vedermi.

Si siedono al mio tavolo, intorno non c’è nessuno. “Mi avevi detto che saresti tornato” dice. “Ti presento il mio amico. Chiamalo Sasha, suona bene.”

“È lui?”

“Sì, è lui; sei fortunato, non esce praticamente mai, ma ogni tanto quando piove facciamo un giro in tarda serata. Quando non rischiamo di trovare i reclutatori.”

La giovane cameriera arriva: anche Sasha ordina un borsh.

Nestor chiede invece una bottiglia di vodka. “Non ho fame, ma vi faccio volentieri compagnia: noi tre e una bottiglia di vodka”.

Nestor va in bagno e “Sasha” ne approfitta per parlare: “È molto provato, anche se cerca di nasconderlo. Questa mattina ha saputo che un suo carissimo amico è morto al fronte.
L’ho conosciuto anch’io. Lascia una bimba piccola che di lui conoscerà soltanto qualche foto.”

“Nestor” ritorna e subito versa a noi e a sé stesso un bicchierino di grappa. Facciamo un brindisi: “Alla fine della guerra!” propongo io.

Ha gli occhi lucidi: “Perdonami, ma questa per me è una pessima giornata: ho perso un amico, per me era più di un fratello. Questa guerra è maledetta. Siamo tutti esseri umani, non abbiamo motivi per odiarci, eppure ci obbligano ad andare al fronte a uccidere e a morire.”

Usiamo il traduttore automatico e Nestor scrive brevi frasi.

Sia lui che Sasha parlano russo, come la maggior parte degli abitanti di Odessa se consideriamo chi è perfettamente bilingue, ma ci tengono a precisare che sono russi di Odessa.

“Non abbiamo nessun motivo per ucciderci. Chi comanda ci manda a morire e intanto fa affari. I nostri politici sono tutti corrotti, fanno affari sulla nostra pelle.”

Si interrompe, mi fissa per qualche secondo con gli occhi lucidi: “Sei un amico, ti devo dire una cosa importante di cui mi vergogno. Sono stato anche io in guerra, avevo vent’anni, non capivo niente.

Nel 1995 sono andato in Cecenia a combattere con l’esercito russo, ho ucciso altri uomini e ho visto morire dei miei compagni. È stato orribile, me ne vergogno terribilmente. Spesso mi sveglio la notte urlando. La guerra è una pazzia, me ne vergogno. Ora ho capito.”

Beve il quinto bicchierino di vodka dopo averlo versato anche a noi due. Manda giù d’un fiato e se ne beve un altro. Beve per dimenticare.

Sasha racconta: “I nostri ragazzi, i nostri uomini non volevano combattere, li hanno costretti a farlo e non sanno neppure se sopravviveranno.

Mio genero è scappato dal campo di addestramento ed è riuscito a raggiungere la Romania. Ora sta lì. È fuggito dalla sua unità militare e non ha nessuna intenzione di rientrare in Ucraina.

Mio nipote sta combattendo, ma è stato costretto a farlo.

Mio cugino sta al fronte, ha 25 anni e una grande confusione in testa: combatte, ma non sa neppure il perché.

Io invece mi sono nascosto da Nestor, che ha un cuore d’oro.”

La pioggia è terminata e anche la bottiglia di vodka.

Ci salutiamo e ognuno va per la sua strada per rientrare prima che inizi il coprifuoco.

da www.pressenza.com

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