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Ulisse si è fermato a Dublino

di Stefano Galieni –

Fanno indignare, più delle dichiarazioni spuntate del governo Meloni ed accoliti, le reazioni di troppi, sedicenti, progressisti, in merito a quanto a sta avvenendo ai cosiddetti “Dublinanti”. Riavvolgiamo il nastro. Il Regolamento Dublino, uno dei pilastri repressivi su cui si regge la fortezza Europa, nelle sue diverse versioni aggiornate come i programmi informatici, stabilisce che il paese in cui una persona proveniente da contesti extraeuropei e che chiede forme di protezione, sia obbligato a farlo nel primo Stato UE in cui approda. Rattrista come il regolamento porti il nome della città in cui è nato uno scrittore come James Joyce, il cui capolavoro, L’Ulisse, rappresenta l’essenza di un mondo, interiore ed esteriore, privo di confini. La destra italiana considerava il regolamento, unicamente come un elemento che penalizzava l’Italia, scaricando sulle sue frontiere un alto numero di “clandestini”.

Ovviamente ometteva di ricordare che, con tale dispositivo in vigore, i governi che si sono succeduti, hanno ricevuto sostanziose risorse da Bruxelles. Negli scorsi anni l’Italia risultava essere il quarto paese per numero di arrivi ma saldamente al primo posto per le risorse ottenute e opacamente utilizzate. Chi ha tentato negli ultimi 20 anni di abrogare tale regolamento, partiva da un altro approccio e veniva tacciato di idealismo o di furore ideologico. Con l’entrata in vigore del Patto immigrazione e asilo, festeggiata come una immensa vittoriai da alcuni dei soci della Maggioranza – la destra più estrema si è opposta considerando il Patto troppo morbido – è partito un boato trionfalistico, “Abbiamo ottenuto che ora l’Europa ci rispetti e si mostri più solidale”. Probabilmente, magari per errori di traduzione – capitano – non si è capito che ogni meccanismo “solidaristico” nella redistribuzione dei “pacchi”, o “carichi residuali”, in arrivo, non sarebbe stato obbligatorio e che chi non voleva accogliere poteva evitare di ricevere simili impegni pagando la modica cifra di 20mila euro per persona, pardon per pacco. Dopo la sceneggiata propagandistica su Ceuta, il Patto ha dato i suoi frutti amari. Uno dopo l’altro, i “paesi solidali”, hanno annunciato o iniziato ad attuare il rimpatrio in Italia di chi ci era transitato, avvalendosi anche delle nuove procedure. Prima del 12 giugno, se trascorrevi almeno 12 mesi in un Paese che non era quello del tuo primo approdo, potevi fare richiesta d’asilo, oggi devi restare invisibile per almeno tre anni.

La destra ora tace, ma alcuni commenti beceri giungono da alcuni esponenti di una sedicente sinistra che, sentendo già l’odore del sangue della campagna elettorale, non hanno mancato il bersaglio: “Per colpa di Meloni ora arriveranno migliaia, decine di migliaia di persone che avevano trovato posto autonomamente nel resto d’Europa”. Beh, accettare questo terreno è un segnale pessimo. Significa non voler marcare una reale discontinuità col passato, anche su questi temi. Non voler proporre una alternativa agenda politica. Un approccio, non solo strumentale ma che nega l’evidenza dei fatti. A tentare i viaggi non sono oggetti (pacchi), ma soggetti, che partono con una meta. Ciò che resta di una famiglia, amici, persone con cui ricostruire il presente per pensare al futuro. C’è una volontà, anche nella disperazione, di voler definire un proprio progetto di vita. E invece di lanciare un messaggio di oscena contabilità, si provi a dire altro. Si provi a dire che chi arriva in Italia, o in Spagna, Grecia, Slovenia, arriva in Europa e deve poter scegliere dove andare, non essere spostato come un ingombro fastidioso. E i governi dovrebbero essere obbligati ad accettare quelli che in gergo si definiscono “spostamenti secondari”, ne gioverebbe a lungo andare anche la capacità di costruire reale convivenza e non forme di marginalizzazione.

Prendersela con l’attuale governo è più che giusto, non avanzare proposte realmente innovative risulta scomodo. Forse perché il Patto europeo è stato approvato dai socialisti di tutt’Europa tranne – va detto – che dai rappresentanti del Pd che non vi trovavano le necessarie garanzie umanitarie. Forse perché la comunanza di vedute fra socialdemocratici danesi e il governo Meloni è solo la punta dell’iceberg di un’egemonia culturale e politica delle destre europee contro cui si ha paura ad alzare la voce? Eppure, bisognerà alzarla la voce. Apprezzando la scelta del governo spagnolo di non rimandare in Italia nessuno, va riaffermato il diritto di chi arriva a scegliere una propria collocazione e quello di chi è già presente in un Paese, in cui si è costruito una propria rete e una propria sicurezza, a potervi restare, magari senza dover ricorrere unicamente – ne abbiamo già parlato a proposito della giovane Abdirisaq Warsame – all’asilo ecclesiastico. Se l’Europa non ragiona su questo, può arrancare proponendo Patti, accordi, muri, fili spinati, centri di detenzione delocalizzati e qualsiasi altra ricetta. Ma non avrà futuro.

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