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Difesa e sicurezza in Europa. Il contributo di Rifondazione Comunista

Nel pubblicare questo contributo sul tema della Sicurezza Europea, si ringrazia chi ha contribuito al lavoro, rigorosamente in ordine alfabetico: Fabio Alberti, Stefano Amann, Franco Ferrari, Stefano Galieni, Herta Manenti, Ramon Mantovani, Roberto Morea, Roberto Musacchio, Pasqualina Napolitano.

A cura di Anna Camposampiero, Responsabile Esteri nazionale, PRC-SE

Sommario

  1. Dalla sicurezza militare alla sicurezza comune
  2. L’Unione europea, la globalizzazione e la militarizzazione dell’interdipendenza
  3. Diritto internazionale e «ordine basato sulle regole»
  4. Riarmo europeo, welfare e crisi democratica. La minaccia neofascista.
  5. Democrazia europea, neutralità e superamento della NATO
  6. Ucraina, Russia e una nuova sicurezza europea
  7. La Cina nella sicurezza europea: distinguere per costruire un’alternativa
  8. La sicurezza dei popoli e degli stati del bacino mediterraneo e dell’Asia occidentale
  9. Tecnologia, dati e sicurezza umana
  10. Una concezione integrale della sicurezza
  11. Proposte per un’alternativa europea alla guerra e al riarmo

Dalla sicurezza militare alla sicurezza comune
I tentativi di organizzare politicamente l’Europa si sono succeduti nel corso dei secoli. La Grande Guerra, culmine della contesa imperialista, e la Seconda guerra mondiale hanno posto con la forza di milioni di morti la necessità di costruire un sistema capace di impedire il ritorno della guerra come strumento ordinario dei rapporti fra Stati. La sconfitta del nazifascismo ha prodotto due risultati di valore storico: la costruzione di sistemi costituzionali democratici e sociali in Europa e la nascita delle Nazioni Unite, fondate sul principio dell’uguaglianza sovrana degli Stati, sull’autodeterminazione dei popoli e sul divieto dell’uso della forza.
La costruzione europea si è sviluppata tuttavia dentro la divisione della guerra fredda e sotto l’egemonia statunitense. Il fallimento della Comunità europea di difesa, respinta nel 1954 anche dall’opposizione comunista, non impedì la formazione di apparati militari nazionali integrati nella NATO e di un complesso militare-industriale europeo in funzione antisovietica. Il declino degli imperi coloniali europei non determinò la fine del colonialismo, ma la sua trasformazione dentro un sistema imperialista a guida statunitense, nel quale l’anticomunismo svolse una funzione unificante prima contro l’Unione Sovietica e poi anche contro la Cina; e dove il debito, il controllo delle élite locali e gli aiuti allo sviluppo hanno costituito i nuovi strumenti di controllo neocoloniale.
In questo quadro, l’esperienza di Helsinki – esempio di “sistema condiviso di sicurezza europea” – i trattati di non proliferazione e gli accordi di riduzione e controllo degli armamenti dimostrarono che la sicurezza può essere costruita attraverso la distensione, il riconoscimento reciproco, la cooperazione e il principio della sicurezza comune e indivisibile. Questa è l’eredità che deve essere recuperata oggi: la sicurezza di uno Stato non può essere costruita contro la sicurezza di un altro, né l’accumulazione di armamenti può sostituire la politica.
In questo contesto l’Europa ha costruito un proprio modello sociale particolarmente avanzato che, non a caso, aveva a riferimento il welfare. Cioè una idea sociale di sicurezza che ha prodotto risultati significativi anche dal punto di vista della aspettativa di vita. Per decenni l’Europa ha conosciuto al proprio interno una fase eccezionalmente lunga di pace e ha costruito una parte rilevante della propria sicurezza attraverso welfare, servizi pubblici e tutela del lavoro e ha indirizzato una percentuale delle proprie risorse significativamente più ampia rispetto al resto del mondo verso la sicurezza delle cittadine e dei cittadini, intesa come giustizia sociale, con un ampio utilizzo del pubblico e del lavoro. Non a caso oggi parliamo di un passaggio dal welfare al warfare.

L’Unione europea, la globalizzazione e la militarizzazione dell’interdipendenza
Dopo la fine del socialismo reale in Europa, l’integrazione europea si è sviluppata soprattutto attraverso il mercato, la moneta e la concorrenza, senza costruire una corrispondente sovranità democratica e sociale. L’Europa di Maastricht ha rafforzato il paradigma monetarista e mercantilista, favorendo la circolazione dei capitali e la competizione fra economie nazionali, mentre il potere decisionale si spostava verso organismi tecnocratici sottratti al controllo popolare.
Per circa due decenni i trattati di libero commercio sono stati uno dei principali strumenti attraverso cui l’Unione europea ha esercitato la propria proiezione economica e geopolitica. Giá dal 2006, la strategia «Europa globale – Competere nel mondo» mirava a compensare lo stallo del negoziato multilaterale nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) costruendo una rete di accordi bilaterali e regionali attraverso i quali esportare non soltanto merci e capitali, ma anche regole, standard e modelli di governance. L’Unione europea ha così svolto, nell’arco degli ultimi venti anni, una funzione d’avanguardia nella prosecuzione della globalizzazione neoliberista, che viene rilanciata oggi, riprendendo anche le stesse parole “Europa Globale” all’interno del Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034.
Questa funzione non si è limitata, e non si limita, alla difesa di interessi propriamente europei. Data la struttura transnazionale del capitale, anche multinazionali a controllo statunitense hanno potuto utilizzare filiali, investimenti e strutture produttive localizzate nello spazio europeo per beneficiare degli accordi conclusi dall’Unione con paesi e aree disponibili a livelli di liberalizzazione che gli Stati Uniti non riuscivano più a ottenere direttamente. L’Unione ha quindi agito come soggetto relativamente autonomo e, nello stesso tempo, come piattaforma di proiezione di capitali transnazionali europei e statunitensi.
La contraddizione fra gli interessi delle multinazionali globalizzate e quelli legati alla tenuta industriale, occupazionale e politica degli Stati Uniti aiuta a comprendere anche l’affermazione di Trump. Il richiamo a «rendere di nuovo grande l’America – Make America Great Again (MAGA)» ha raccolto la reazione di settori del capitale e della società statunitense contro una globalizzazione percepita come vantaggiosa per le imprese transnazionali ma distruttiva per una parte della base produttiva interna. Il protezionismo trumpiano non supera il neoliberalismo: ne riorganizza gerarchie, strumenti e benefici a favore della potenza statunitense.
Il fallimento del TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership, in italiano Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti) nel 2016, ma formalizzato dalla Germania nel 2019, ha lasciato in sospeso il rapporto con gli Stati Uniti e riaperto la competizione nei mercati, che sono sfociati nella politica dei dazi avanzata da Trump, sempre nella logica MAGA.
Nel mentre l’Unione continua ovviamente a negoziare accordi bilaterali, ma li inserisce sempre più esplicitamente in una strategia di sicurezza economica. Il commercio, la politica industriale, il controllo delle tecnologie, l’accesso alle materie prime e la sicurezza vengono ormai trattati come parti dello stesso dispositivo. La liberalizzazione non scompare: viene riorganizzata dentro la competizione fra potenze e la militarizzazione dell’interdipendenza. L’ordine mercatorio pensato per gestire la globalizzazione attraverso organizzazioni internazionali come WTO e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e il direttorio del G8 lascia il passo a un mix tra dominio del capitalismo finanziario, dazi e accordi per aree geopolitiche.

Diritto internazionale e «ordine basato sulle regole»
Per rendere coerente l’analisi è necessario distinguere con nettezza l’ordine fondato sul diritto internazionale dal cosiddetto «ordine internazionale basato sulle regole». Il primo trova il proprio fondamento nella Carta delle Nazioni Unite, nei trattati internazionali, nel principio di sovranità, nel divieto dell’uso della forza e nell’autodeterminazione dei popoli. Esso costituisce un patrimonio della vittoria sul nazifascismo e una trincea sulla quale giudicare l’operato di tutti i governi, senza eccezioni e senza doppi standard.
Il «rules-based order» è invece una formula politica più elastica, utilizzata per presentare come universali regole definite prevalentemente dalle potenze occidentali e applicate selettivamente. Esso ha rappresentato anche la cornice ideologica e istituzionale della globalizzazione neoliberista: libertà dei capitali e delle merci, tutela degli investimenti, centralità della finanza, disciplina fiscale, subordinazione delle politiche pubbliche alla competitività e uso di sanzioni unilaterali. Mercato, forza militare, potere del dollaro e istituzioni occidentali non sono stati strumenti alternativi, ma componenti complementari dell’egemonia statunitense.
Il sistema emerso dopo il 1991 è stato quindi caratterizzato da una netta prevalenza statunitense, non da un ordine pacificato e depurato dalla forza. Le guerre in Jugoslavia, Iraq, Afghanistan e Libia, l’estensione della NATO, l’uso extraterritoriale delle sanzioni e la gestione selettiva del diritto internazionale hanno contribuito a svuotare proprio quell’ordinamento universale che l’Occidente affermava di difendere. La crisi dell’egemonia statunitense non coincide però automaticamente con la ricostruzione del diritto internazionale: il multipolarismo può aprire spazi di democratizzazione delle relazioni internazionali oppure alimentare nuove competizioni di potenza. Per questo occorre guardare con attenzione ai cosiddetti BRICS, cercando di comprendere se l’alternativa che cercano di costruire non diventi essa stessa appunto competizione, che è sempre stato l’altro baluardo del neoliberismo, da contrapporre alla cooperazione.
Per una forza politica comunista e internazionalista il criterio con cui leggere la politica internazionale e costruire una solida posizione e proposta politica non può essere la fedeltà a un campo geopolitico. È preoccupante il diffondersi di letture meramente geopolitiche, secondo le quali, i conflitti tra Stati debbano essere la bussola principale di giudizio nel valutare i movimenti di lotta all’interno dei singoli paesi. Si ritengono sbagliate e dannose per la ricostruzione di un internazionalismo che contrasti le tendenze alla guerra, le posizioni e pulsioni “campiste” che propongono di sostenere e difendere qualsiasi regime o soggettività in conflitto con l’imperialismo occidentale a prescindere da qualsiasi altra valutazione. È indispensabile, per analizzare il contesto internazionale e per trarne le corrette conclusioni politiche, respingere le analisi che rimuovono la dimensione strutturale del capitalismo. Occorre quindi evitare letture che riducano i conflitti internazionali alla sola dimensione geopolitica o alla contrapposizione tra un occidente in declino e potenze emergenti. Queste categorie possono contribuire alla comprensione dei rapporti tra gli Stati, ma diventano fuorvianti quando oscurano i conflitti sociali, gli interessi di classe e la competizione tra capitalismi nazionali, oppure quando inducono ad assumere come progressista qualsiasi soggetto che si contrapponga alle potenze occidentali.
Il piano delle relazioni fra Stati deve restare distinto dal terreno proprio dell’internazionalismo comunista e della solidarietà di classe. La difesa delle lavoratrici e dei lavoratori, dei diritti sindacali, delle libertà e della dignità umana deve valere in ogni paese, senza eccezioni. Questi principi non possono però essere applicati selettivamente né trasformati in strumenti di sanzione, contenimento, cambio di regime o contrapposizione militare.
Ma non si può negare che l’attuale fluidità nei rapporti di forza nelle relazioni internazionali, che registra quelle difficoltà statunitensi che si richiamano sopra, sia anche il prodotto di uno sviluppo in senso multipolare del sistema internazionale.
Occorre difendere e rafforzare l’ordine fondato sulla Carta delle Nazioni Unite, contestando tanto l’unilateralismo occidentale quanto ogni violazione del diritto internazionale compiuta da altri Stati. Questa distinzione consente anche di comprendere il rilievo emerso nella discussione sugli accordi commerciali: il problema non è scegliere fra libero commercio deregolato e guerra commerciale, ma costruire regole internazionali che elevino diritti sociali, ambientali e del lavoro invece di comprimerli.

Riarmo europeo, welfare e crisi democratica. La minaccia neofascista.
Il piano Rearm Europe, approvato nel marzo 2025, poi rinominato «Readiness 2030», prevede 800 miliardi di spesa per nuovi sistemi d’arma e consente di sottrarre tali investimenti ai vincoli ordinariamente imposti alla spesa pubblica. Le classi dominanti europee dimostrano così che i vincoli monetaristi sono flessibili quando si tratta di sostenere l’industria bellica, mentre restano rigidi per sanità, scuola, abitazione, salari e protezione sociale. Al welfare viene sostituito il warfare e il riarmo diventa il dispositivo attraverso cui trasferire risorse pubbliche al complesso militare-industriale. La Commissione Von Der Leyen, che ha di fatto normalizzato l’approccio guerrafondaio e la conseguente tendenza alla militarizzazione, è ormai evidentemente il punto di riferimento dei processi più pericolosi in atto.
La militarizzazione richiede anche una trasformazione del consenso. La costruzione permanente della Russia e della Cina come minacce, la retorica della fortezza europea e la contrapposizione fra un «giardino» occidentale e una presunta «giungla» esterna alimentano un nuovo suprematismo politico e morale. Guerra, autoritarismo, repressione del dissenso e restringimento degli spazi democratici si alimentano reciprocamente. L’onda neofascista che monta in occidente oggi, è da leggere in larga parte come la riedizione dell’opzione fascista agìta dal potere, e da essa finanziata per sussumere la classe lavoratrice europea ai disegni strategici della élite dominante. Il compito della sinistra è disarticolare questa narrazione senza negare le responsabilità concrete dei governi e senza cancellare il diritto dei popoli aggrediti.
Il riarmo è inoltre presentato come risposta alla stagnazione europea e alla perdita di competitività. L’industria tedesca dovrebbe ritrovare nel settore militare il ruolo di locomotiva, mentre la Francia tenta di trasformare il proprio arsenale nucleare in strumento di direzione europea. Ma un’Europa-potenza militare non costituisce un’alternativa alla subordinazione agli Stati Uniti: può riprodurre in forma autonoma gli stessi obiettivi imperialisti e aggravare lo smantellamento del modello sociale europeo. L’intreccio della crescita dei nazionalismi con la militarizzazione degli Stati non può escludere il rischio della ripresa del conflitto intraeuropeo conclusosi nella Seconda guerra mondiale.

Democrazia europea, neutralità e superamento della NATO
La costruzione europea resta uno spazio decisivo del conflitto politico, ma non esiste oggi una sovranità popolare europea paragonabile a quella costituzionalmente riconosciuta negli Stati. La democratizzazione dell’Unione richiede il rafforzamento del Parlamento, il controllo sugli organi esecutivi, la trasparenza delle decisioni e il rispetto degli spazi costituzionali nazionali. Qualsiasi eventuale attribuzione comune in materia di politica estera e sicurezza presuppone una radicale rifondazione democratica e non può tradursi nella costruzione di un esercito europeo o di un’Europa-potenza.
Per l’Italia, la neutralità deve essere assunta come attuazione dell’articolo 11 della Costituzione e come primo passo verso un’Europa libera dalla NATO e una sicurezza comune dall’Atlantico agli Urali. Neutralità non significa indifferenza, isolamento o rinuncia alla solidarietà internazionale: significa sottrarsi alla logica dei blocchi, rimuovere le basi e le armi nucleari straniere, impedire l’uso del territorio nazionale per guerre offensive e svolgere una funzione attiva di mediazione, disarmo e cooperazione.
Va respinta tanto l’ipotesi di un esercito europeo quanto quella di una NATO più europea. È lo strumento NATO che deve essere messo in discussione e superato, non soltanto riequilibrato al proprio interno. Dopo la fine dell’Unione Sovietica, l’Alleanza ha esteso la propria area d’azione, ha promosso guerre non autorizzate dal Consiglio di sicurezza e ha impedito la costruzione di un sistema universale nel quale le Nazioni Unite esercitino effettivamente la funzione di garanzia della pace.

Ucraina, Russia e una nuova sicurezza europea
La guerra in Ucraina deve essere fermata attraverso un cessate il fuoco e una trattativa politica che parta dalla situazione concreta sul terreno, senza trasformare né il ritorno integrale ai confini precedenti né le acquisizioni militari in condizioni preventive assolute. L’escalation e il coinvolgimento diretto degli eserciti europei e statunitense aprirebbero la prospettiva di uno scontro fra potenze nucleari sul territorio europeo e sono inaccettabili.
L’Unione europea e i suoi Stati membri devono assumere un’iniziativa autonoma per fermare il conflitto, ricostruire l’Ucraina, ristabilire relazioni politiche ed economiche con Mosca e avviare la smilitarizzazione del continente. A livello di singolo paese l’Italia, sottraendosi ai condizionamenti del complesso militare-industriale e contrastando apertamente i settori militaristi e bellicisti presenti nell’Unione Europea, deve assumere una propria iniziativa politica, eventualmente coinvolgendo altri governi europei, finalizzata all’avvio di vere trattative destinate a mettere fine al conflitto. Nel momento in cui altri governi dell’Unione europea sviluppano proprie autonome iniziative in direzioni contrarie alla pace, l’Italia deve diventare protagonista di una propria iniziativa legandola alla contestuale cessazione dell’invio di armi.
Devono essere rimosse le cause strutturali dell’insicurezza reciproca, compresa in primis l’espansione della NATO, riconoscendo al tempo stesso le responsabilità della Russia. La Russia deve essere posta nelle condizioni per superare la sindrome di accerchiamento offrendole uno scenario “win-win”, scambiando la moneta della sicurezza collettiva con quella della cooperazione politico-economica. In questo senso la Russia deve tornare a far parte dello spazio paneuropeo di sicurezza, cooperazione e garanzie reciproche, e l’Unione Europea a sua volta deve rientrare nel campo di sviluppo delle relazioni estere russe. La pace e la coesistenza pacifica, in accordo col principio di effettività, sono condizioni indispensabili perché i popoli possano sviluppare autonomamente i propri conflitti democratici e sociali: non richiedono di sospendere il giudizio sui regimi né autorizzano interventi esterni e politiche di cambio di governo.
Va respinto l’ingresso dell’Ucraina nella NATO. Anche il processo di adesione all’Unione europea non può essere utilizzato come strumento geopolitico e militare né sottratto ai criteri democratici, sociali ed economici richiesti agli altri paesi candidati. È del tutto impraticabile l’adesione dell’Ucraina fino a che non si metta fine al conflitto. Né essa può essere trasformata nel punto avanzato della militarizzazione europea, valorizzata soprattutto per l’esperienza acquisita nella guerra, nei droni e nella produzione bellica.

La Cina nella sicurezza europea: distinguere per costruire un’alternativa
L’assenza della Cina dal dibattito sulla sicurezza europea riflette la difficoltà dell’Unione europea a pensarsi fuori dal quadro strategico definito dagli Stati Uniti. Senza considerare il ruolo di Pechino non si comprendono pienamente né la trasformazione multipolare del sistema internazionale né alcuni nodi decisivi per il futuro dell’Europa: deindustrializzazione, catene internazionali del valore, sovranità tecnologica e sui dati, transizione ecologica e regolazione delle intelligenze artificiali.
Occorre respingere la rappresentazione automatica della Cina come minaccia, che alimenta la logica dei blocchi e prepara una nuova guerra fredda. Nello stesso tempo, occorre evitare di assimilare Cina e Russia in un unico campo geopolitico. Entrambe contestano l’egemonia occidentale e richiamano il principio dell’indivisibilità della sicurezza, ma la loro collocazione, le loro politiche e gli strumenti attraverso cui perseguono i propri interessi non coincidono.
La Russia propone un sistema di sicurezza esteso a tutti i paesi dello spazio eurasiatico, compresi quelli appartenenti alla NATO. Questa elaborazione entra tuttavia in collisione con l’attuale architettura euro-atlantica ed è ormai inseparabile dalla guerra in Ucraina, dal conflitto con la NATO e dalla rivendicazione di specifiche esigenze strategiche nel proprio spazio circostante. Una soluzione politica richiede il superamento della logica dell’allargamento dei blocchi, il cessate il fuoco, il negoziato e la costruzione di garanzie di sicurezza reciproche e indivisibili, senza cancellare le responsabilità russe nella scelta dell’intervento militare.
La Cina, pur mantenendo con Mosca un partenariato strategico molto stretto, non può essere considerata un semplice prolungamento della politica russa né parte di un blocco politico-militare omogeneo. La sua proposta di una sicurezza comune, complessiva, cooperativa e sostenibile, il richiamo alla Carta delle Nazioni Unite e l’insistenza sulla soluzione politica dei conflitti possono offrire un terreno concreto di confronto per una nuova architettura di sicurezza.
Un rapporto europeo più autonomo con Pechino può dare maggiore concretezza alla campagna contro il riarmo, collegandola a una proposta politica fondata sulla riduzione delle tensioni, sul controllo e sulla diminuzione degli armamenti, sulla consultazione permanente e su garanzie di sicurezza che non siano costruite a danno di altri popoli e Stati.

La sicurezza dei popoli e degli stati del bacino mediterraneo e dell’Asia occidentale
Il Nord Africa e l’Asia Sud Occidentale (Medio Oriente) rappresentano plasticamente i risultati delle modalità con cui l’imperialismo occidentale ed europeo hanno agito nel corso della storia recente e meno recente. Con questa ottica, l’approccio al fenomeno migratorio deve essere sottratto alla logica securitaria, mentre si deve costruire una politica di accesso alle risorse naturali ed energetiche fondata sullo scambio paritario e non sulla logica imposta dei “porti aperti” e del pattugliamento militare delle forniture strategiche, militarizzando, di fatto, ogni corridoio commerciale.
L’Europa deve impostare rapporti con gli Stati dell’area sottraendoli alla logica dell’opportunismo politico ed economico, anche ponendo termine ad ogni accordo relativo alla gestione violenta terziarizzata dei flussi migratori, o di cooperazione militare. La normalizzazione dei rapporti con gli Stati dell’area significa abbandonare i doppi standard a servizio della politica estera e della propaganda, senza rinunciare agli strumenti di giudizio e pressione politica nei confronti dei soggetti che disattendono i più elementari diritti dei popoli e delle nazioni codificati dal diritto internazionale.
In questa prospettiva occorre rilanciare la costruzione di uno spazio mediterraneo comune di cooperazione, riprendendo su basi nuove l’ispirazione del Processo di Barcellona e superando il rapporto bilaterale differenziato. Il concetto di co-sviluppo deve sostituire tanto le politiche predatorie quanto la subordinazione delle economie dell’area alle esigenze europee di approvvigionamento, favorendo la trasformazione locale delle risorse, l’occupazione e la costruzione di sistemi economici e sociali autonomi e connessi. La sicurezza comune richiede inoltre il sostegno al protagonismo delle società civili, delle organizzazioni sociali e democratiche e la moltiplicazione delle relazioni culturali, formative e scientifiche tra Europa, Nord Africa e Asia sudoccidentale riconoscendo, almeno con l’Europa meridionale, un’area socioculturale comune e creando le condizioni sociali e politiche per prevenire autoritarismi e processi di radicalizzazione.
L’occupazione israeliana della Palestina, l’apartheid e il genocidio del popolo palestinese rappresentano un unicum, nonché uno dei fattori di destabilizzazione più forti. Alla condanna dello stato e del governo israeliano deve conseguire la rottura di ogni relazione politica ed economica, assumendo invece una linea di supporto e collaborazione con le organizzazioni politiche e civili sia palestinesi sia israeliane che abbiano l’obiettivo duplice della completa emancipazione del popolo palestinese e della democratizzazione dello stato israeliano, in primis la OLP.

Tecnologia, dati e sicurezza umana
La sfida della governance dell’intelligenza artificiale e della sovranità sui dati costituisce un nuovo terreno dell’egemonia. L’Europa produce regolazione su infrastrutture e piattaforme che appartengono in larga parte a imprese statunitensi, mentre la competizione tecnologica viene sempre più subordinata alla logica dei blocchi e al controllo militare delle catene produttive. La proposta, avanzata dalla Cina, di riportare la governance globale delle nuove tecnologie in una sede multilaterale, fondata sul ruolo delle Nazioni Unite e sul rifiuto di blocchi tecnologici esclusivi, offre un terreno di confronto che l’Europa non dovrebbe ignorare.
In virtù del fatto che gli stessi strumenti che incidono sulla competizione tecnologica possono orientare paure, polarizzazione e comportamenti collettivi, la sicurezza non può essere ridotta alla protezione degli apparati militari e delle infrastrutture strategiche. Deve includere il controllo democratico dei dati, la proprietà e la funzione sociale delle tecnologie, la protezione del lavoro, la sostenibilità ambientale e la dignità umana. L’uso crescente dell’intelligenza artificiale nel settore militare, la diffusione dei droni e dei sistemi autonomi e la trasformazione digitale della guerra rendono urgenti nuovi trattati internazionali, moratorie e forme condivise di controllo pubblico.

Una concezione integrale della sicurezza
La sicurezza deve essere sottratta alla definizione militare e securitaria che domina il dibattito europeo. Sicurezza significa pace, lavoro, salute, istruzione, casa, protezione ambientale, accesso all’energia e alle risorse essenziali, controllo democratico delle tecnologie e capacità di prevenire le crisi. Ma significa anche sicurezza alimentare, accesso all’acqua e capacità produttiva.
La crisi climatica, la competizione per le materie prime e la distruzione degli ecosistemi rappresentano minacce reali e immediate che non possono essere affrontate con l’accumulazione degli armamenti. È necessaria una politica di monitoraggio, mappatura, prevenzione e pronto intervento sugli eventi climatici. Osservazione dall’alto e dal basso, con reti e scambio dati integrate. Pronto intervento coordinato. Politiche di adattamento su tutti i settori. Politiche di cura e assistenza.
L’Europa è stato il modello che ha consentito di raggiungere la più lunga prospettiva di vita e una conseguente età media più alta che nel resto del mondo. Nel quarantennio neoliberista assistiamo a fenomeni distorsivi. In molte aree, in particolare dell’ex blocco socialista, l’aspettativa di vita si abbassa, diminuisce la popolazione, cresce l’emigrazione economica e cala la natalità; quest’ultima colpisce in particolare le zone con difficoltà economiche, e in generale la natalità media è sotto il livello del rimpiazzo. Questo andamento demografico non si affronta certo con una “fortezza demografica” come propongono le destre, ma richiede il rilancio delle politiche di welfare e processi che guardino alle questioni demografiche, come a quelle ambientali, in termini globali e fondati.
L’Unione Europea deve modificare radicalmente il paradigma col quale ha sempre gestito, vincolato e normato alcuni dei settori chiave per la sicurezza alimentare e l’accesso a beni universali come l’acqua. In questo senso la gestione del ciclo dell’acqua deve tornare sotto il controllo pubblico, per sottrarre un bene universale e strategico alle logiche di profitto; anche in funzione delle siccità frequenti e del cambiamento climatico, fenomeni che rendono critico l’accesso libero all’acqua e ai prodotti di ogni filiera alimentare.
In questo quadro assume rilievo il rapporto con l’Africa. Contrastare le cause strutturali che determinano le migrazioni forzate, richiede il superamento delle relazioni predatorie e neocoloniali che continuano a caratterizzare le politiche europee verso il continente e che sono presenti dietro la retorica della cooperazione (in Italia col “Piano Mattei”), sostenendo uno sviluppo autonomo, sostenibile, nonché fondato sulla sovranità dei popoli africani sulle proprie risorse. Ciò richiede anche un’iniziativa europea per porre fine alle guerre africane, in particolare in Sudan e in Repubblica Democratica del Congo, alimentate anche da soggetti europei – statali e non statali – nella contesa per materie prime, energia e risorse strategiche
Anche le migrazioni devono essere sottratte alla logica della fortezza. Sicurezza significa percorsi legali di ingresso, regolarizzazione, parità di accesso ai diritti, cittadinanza, contrasto allo sfruttamento e rottura degli accordi con governi responsabili di torture e traffici. Le risorse impiegate nella militarizzazione delle frontiere e in agenzie come Frontex devono essere destinate alla convivenza, alla sanità, alla scuola, alle politiche abitative e al sostegno al reddito. La contrapposizione fra poveri va trasformata in alleanza contro le disuguaglianze.
La politica migratoria è anche una cartina di tornasole della recente storia dell’Unione Europea. Nello spazio Schengen la libertà di circolazione convive con una gerarchia di chi, come e a quali condizioni può muoversi. Verso l’esterno la costruzione della «Fortezza Europa» ha alimentato il paradigma del nemico e del capro espiatorio, mentre continua ad aver bisogno dei corpi e delle braccia delle stesse persone che marginalizza e razzializza.
In questa prospettiva, percorsi legali anche per la ricerca di occupazione, compresa quella temporanea, riducono i profitti dei trafficanti e sottraggono lavoratrici e lavoratori al ricatto della clandestinità. Va riproposto un accesso omogeneo alla cittadinanza va riconosciuta voce pubblica a donne e uomini migranti come soggetti sociali e politici, non come oggetti o «carichi residuali». L’affermazione delle destre xenofobe e fascistoidi, hanno come punto fondamentale in comune quello di incentrare le proprie politiche e la propria costruzione di egemonia e di consenso nell’ossessiva caccia al “nemico interno”, invasore e, in quanto tale fonte di insicurezza sociale. L’approvazione nel giugno scorso del Patto migrazione e asilo, la cui gestazione risale al settembre 2020, il nuovo Regolamento Rimpatri, l’ipotesi per nulla lontana di delocalizzare i richiedenti asilo in hub di detenzione in funzione del rimpatrio, annienta le Convenzioni internazionali nate dopo la Seconda guerra mondiale e il diritto d’asilo stesso in Europa. Non si otterrà la declamata “sicurezza”, ma si innalzeranno ancor di più muri, concreti, di militarizzazione e di esclusione che frantumeranno ciò che resta della coesione sociale.

Proposte per un’alternativa europea alla guerra e al riarmo
Il Partito della Rifondazione Comunista non puó limitarsi all’analisi. É compito delle comuniste e dei comunisti avanzare delle proposte concrete su cui basare la propria azione politica.
Continuare l’impegno per rafforzare la campagna europea contro Rearm Europe e contro il trasferimento di risorse dal welfare al complesso militare-industriale;
assumere la neutralità dell’Italia come attuazione dell’articolo 11 e avviare il percorso per la rimozione delle basi e delle armi nucleari straniere;
operare per il superamento della NATO e per una nuova conferenza europea sulla sicurezza comune e indivisibile, nel solco di Helsinki;
sostenere un cessate il fuoco immediato e una soluzione negoziata della guerra in Ucraina, accompagnata dalla ricostruzione e da garanzie di sicurezza reciproche;
ristabilire le relazioni con la Russia come presupposto fondamentale al processo di distensione e disarmo;
costruire un rapporto europeo autonomo con la Cina e con tutti gli attori disponibili a sostenere la Carta ONU, il disarmo, la soluzione politica dei conflitti e la cooperazione multilaterale;
rilanciare il ruolo delle Nazioni Unite e contrastare sanzioni unilaterali, guerre preventive, cambi di regime e applicazione selettiva del diritto internazionale;
promuovere trattati per il controllo degli armamenti convenzionali, nucleari e tecnologici e per la regolazione dell’intelligenza artificiale militare;
costruire una politica europea delle risorse, dell’energia e della transizione ecologica fondata sulla cooperazione e non sulla competizione predatoria;
democratizzare radicalmente le istituzioni europee, mantenendo e rafforzando gli spazi costituzionali e di conflitto sociale nazionali;
assumere la sicurezza sociale, ambientale, sanitaria, alimentare e del lavoro come alternativa concreta alla sicurezza militarizzata;
ricostruire un’area di cooperazione bilaterale euromediterranea paritaria che definisca anche le modalità attraverso cui permettere una circolazione delle persone che non sia in balia delle esigenze di manodopera dei singoli Paesi e che permetta, attraverso una legislazione confacente sul diritto d’asilo, di entrare regolarmente in Europa.

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