20 giorni di lavoro non pagati. Questo è il dato con cui le lavoratrici e i lavoratori devono realmente fare i conti a fronte della perdita del potere di acquisto in questi anni. Dal 2021 è stata del 6%. L’Italia registra il dato peggiore dell’ insieme dei paesi dell’OCSE. Le prospettive per l’anno in corso registrano una probabile perdita di un ulteriore 1%. Aumenta il lavoro povero, precario, sottopagato, il par time involontario. Decenni di egemonia del pensiero liberale, di politiche liberiste, di pratiche concertative hanno garantito i profitti delle imprese, la rendita finanziaria e immobiliare. Il risultato è sotto i nostri occhi.
È la lunga stagnazione dell’economia italiana dal lato degli investimenti, della crescita delle produzioni, della produttività e dei salari.
Ora la questione è molto semplice. La lunga stagnazione italiana ha la sua origine nello schiacciamento verso il basso delle condizioni del lavoro, la subalternità di chi ha governato questo paese nell’interesse delle imprese, alle logiche del mercato. Questo governo ha nel blocco di interessi che ha prosperato in questa condizione la sua base sociale. Da questa parte non ci si può aspettare che il peggio. L’alternativa non può, quindi, che partire dal rovesciamento delle politiche liberiste, dalla crescita dei salari delle pensioni e dall’ abrogazione delle leggi che hanno costruito la gabbia della precarietà. Non basta, serve certamente molto altro per affrontare le conseguenze della crisi del modello liberale, l’ incombere dell’ economia di guerra e gli effetti devastanti della rottura degli equilibri naturali e i cambiamenti climatici. Intanto però una cosa è chiara, servono discontinuità e rottura con le politiche neoliberiste che ci hanno portato a questa condizione. Servono l’introduzione di un salario minimo ct orario, (10 euro non possono bastare tantomeno 9 per garantire una vita dignitosa oggi), l’indicizzazione dei salari adeguata all’ inflazione, l’ intervento pubblico e un piano per il lavoro, la fine della precarietà, una tassa sui grandi patrimoni, sull’1% più ricco per finanziare la sanità, la scuola, il diritto all’abitare.
Su queste basi bisogna costruire l’ alternativa non solo al governo Meloni ma anche alle politiche anche dei governi tecnici e di centrosinistra.
Maurizio Acerbo, segretario nazionale e Paolo Benvegnù, responsabile lavoro del Partito della Rifondazione Comunista




