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Il 1926 di Antonio Gramsci

di Lelio La Porta –

Il resoconto dei lavori del III congresso del Partito comunista d’Italia (Lione 20-26 gennaio 1926) venne dettato da Gramsci all’allora redattore dell’Unità Riccardo Ravagnan e pubblicato sul quotidiano il 24 febbraio 1926. Il titolo (Cinque anni di vita del Partito) indica già il contenuto del documento che va legato alle Tesi congressuali, redatte da Gramsci e da Togliatti. Vi si sosteneva che il proletariato dovesse proclamare la sua egemonia nella lotta antifascista avvalendosi della distinzione fra le forze borghesi tendenzialmente antifasciste, con cui allearsi per raggiungere l’obiettivo della riconquista delle libertà democratico-borghesi, e quelle irrimediabilmente schierate con il fascismo; in questo diventava primario il ruolo del Partito comunista e delle sue cellule presenti nei luoghi di lavoro. In Cinque anni di vita del Partito Gramsci ripercorre le tappe della storia del Partito fino al congresso di Lione soffermandosi sulla struttura del Partito e sui problemi interni ma anche sui problemi legati alla situazione italiana, in specie a quella del Meridione, ponendo le basi del suo scritto incompiuto dedicato proprio alla quistione meridionale. Nota Gramsci come proprio l’importanza dei temi affrontati nel dibattito congressuale non abbia consentito di prendere in considerazione la situazione internazionale in rapporto alla linea politica dell’Internazionale comunista. Alla stessa maniera si rammarica che il Congresso non abbia potuto prendere nella giusta considerazione «l’organizzazione nel campo femminile» e quella della stampa e che fu poco trattata la questione del programma del Partito, pure posta all’ordine del giorno del Congresso. La conclusione cui perviene Gramsci, però, è comunque chiara:

occorre che il partito si mantenga strettamente unito, che nessun germe di disgregazione, di pessimismo, di passività sia lasciato sviluppare nel suo seno.
Il 30 agosto nasce Giuliano, il secondo figlio del dirigente comunista che il padre non conoscerà mai. Gramsci aveva previsto di recarsi a Mosca due mesi dopo la sua nascita, in occasione del VI Plenum dell’Internazionale Comunista (novembre-dicembre 1926). L’arresto lo colse, però, come si scriverà in seguito, l’8 novembre.
Gramsci il 14 ottobre, per incarico dell’Ufficio politico del Pcd’I, scrive ed invia a Togliatti, che si trova a Mosca, una lettera indirizzata al Comitato centrale del Partito comunista sovietico nella quale esprime il timore che la lotta all’interno di quel partito, con la divisione fra una maggioranza vicina a Stalin e una minoranza trotzskista, possa portare ad un esito devastante per il destino della rivoluzione mondiale: “Compagni, voi siete stati, in questi nove anni di storia mondiale, l’elemento organizzatore e propulsore delle forze rivoluzionarie di tutti i paesi: la funzione che voi avete svolto non ha precedenti in tutta la storia del genere umano che la uguagli in ampiezza e profondità. Ma voi oggi state distruggendo l’opera vostra, voi degradate e correte il rischio di annullare la funzione dirigente che il partito comunista dell’URSS aveva conquistato per l’impulso di Lenin; ci pare che la passione violenta delle quistioni russe vi faccia perdere di vista gli aspetti internazionali delle quistioni russe stesse, vi faccia dimenticare che i vostri doveri di militanti russi possono e debbono essere adempiuti solo nel quadro degli interessi del proletariato internazionale”.
Nel mese di ottobre del 1926 Gramsci inizia la stesura di un saggio, «giudicato incompiuto e interrotto proprio dall’arresto, ma che oggi sappiamo essere giunto alla sua conclusione», intitolato Alcuni temi della quistione meridionale, che sarà poi pubblicato per la prima volta a Parigi nel gennaio del 1930 su «Lo Stato operaio». Il saggio rappresenta una delle riflessioni più acute dal punto di vista marxista sulla vita politica italiana dall’età giolittiana all’avvento al potere del fascismo, con incursioni di carattere polemico nei confronti di quel ceto intellettuale-borghese che aveva diffuso presso gli operai, soprattutto del Nord, l’idea che il Mezzogiorno fosse la palla di piombo “che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo civile dell’Italia”; sconfiggere questi pregiudizi anti-meridionalisti sarebbe stato già un passo in avanti notevole per far nascere le condizioni dell’alleanza della classe operaia con le masse popolari del Mezzogiorno.
L’8 novembre, alle 22,30, insieme ad altri deputati comunisti, viene arrestato Antonio Gramsci il quale pensava che i provvedimenti di revoca del mandato parlamentare avrebbero dovuto riguardare soltanto gli aventiniani in quanto avevano disertato i lavori parlamentari mentre i comunisti, che si erano staccati dall’Aventino e avevano ripreso il loro posto in Aula nell’ottobre del 1924, avrebbero dovuto mantenere la condizione di immunità. Ricorda Ezio Riboldi, uno degli arrestati con Gramsci, che “verso le 20,00 Mussolini chiamò a Palazzo Chigi, dove risiedeva, Farinacci e Augusto Turati, e comunicò che bisognava aggiungere all’elenco i deputati comunisti. Farinacci fece presente che l’ordine del giorno motivava l’espulsione con l’abbandono, da parte degli aventiniani, dei lavori parlamentari, mentre i comunisti vi avevano sempre preso parte. Mussolini rispose che la Corona voleva così”. Condannato il 18 a cinque anni di confino, il 7 dicembre Gramsci arriva ad Ustica.
Qui rimarrà fino al 20 gennaio 1927 quando, a seguito di un nuovo mandato di cattura, sarà trasferito a Milano, nel carcere di San Vittore. Da Ustica invierà 20 fra lettere, cartoline postali e telegrammi: alla cognata Tatiana, a Sraffa, alla sorella Teresina e al marito Paolo Paulesu. Fra le lettere ne scriverà due (8 e 15 gennaio) a Giulia Schucht, sua compagna e madre dei suoi due figli (il maggiore si chiamava Delio). La lettera del 15 gennaio è particolarmente significativa perché il confinato vi descrive la sua giornata:

Mia carissima Julca,
ti voglio descrivere la mia vita quotidiana nelle sue linee più essenziali, perché tu possa seguirla e coglierne di tanto in tanto qualche tratto. Come sai, perché deve avertelo già scritto Tania, io abito insieme ad altri quattro amici, fra i quali l’ingegnere Bordiga di Napoli, del quale forse conosci il nome. Gli altri tre sono: un ex deputato riformista di Perugia, l’avv. Sbaraglini e due amici abruzzesi. Adesso dormo in una stanza con uno di questi abruzzesi, Piero Ventura; prima dormivamo in tre, perché era insieme a noi l’ex deputato massimalista di Verona Paolo Conca, un simpatico tipo di operaio, che la notte non ci lasciava dormire perché assillato dal pensiero della moglie; sospirava, soffiava, poi accendeva il lume e fumava dei sigari pestilenziali. La moglie è finalmente venuta anche lei ad Ustica per raggiungere il marito e il Conca ci ha lasciato. Siamo dunque in cinque, divisi in tre camerette da letto (tutta la casa): abbiamo a nostra disposizione una bellissima terrazza, dalla quale ammiriamo lo sconfinato mare durante il giorno e il magnifico cielo durante la notte. Il cielo sgombro di ogni fumosità cittadina, permette di godersi queste meraviglie col massimo di intensità. I colori dell’acqua marina e del firmamento sono veramente straordinari per la varietà e la profondità: ho visto degli arcobaleni unici nel loro genere.
Al mattino, di solito, io sono il primo a levarmi; l’ingegnere Bordiga afferma che in questo momento il mio passo ha caratteristiche speciali, è il passo dell’uomo che non ha ancora preso il caffè e lo attende con una certa impazienza. Io stesso faccio il caffè, se non sono riuscito a convincere il Bordiga a farlo, date le sue attitudini spiccate per la cucina. Incomincia quindi la nostra vita: si va a scuola, come insegnanti o come scolari. Se è giorno di posta, si va sulla marina ad attendere con ansia l’arrivo del vaporetto: se per il cattivo tempo la posta non giunge, la giornata è rovinata, perché una certa malinconia si diffonde su tutti i volti. A mezzogiorno si mangia: io partecipo ad una mensa comune e proprio oggi mi spetta fare da cameriere e da sguattero: non so ancora se dovrò sbucciare le patate, preparare le lenticchie o pulire l’insalata prima di servire in tavola. Il mio debutto è atteso con molta curiosità: parecchi amici volevano sostituirmi nel servizio, ma io sono stato incrollabile nel volere adempiere la mia parte. La sera dobbiamo rientrare nelle nostre abitazioni alle 8. Talvolta vengono delle visite di sorveglianza per accertare se veramente siamo in casa. A differenza dei coatti comuni noi non siamo chiusi dal di fuori. Altra differenza consiste nel fatto che la nostra libera uscita dura fino alle 8 e non solamente fino alle 5; potremmo avere dei permessi serali se fossero necessari per qualche cosa. In casa, alla sera giuochiamo alle carte. Non avevo giocato mai finora; il Bordiga assicura che ho la stoffa per diventare un buon giocatore di scopone scientifico. Ho già ricostituito una certa bibliotechina e posso leggere e studiare. I libri e i giornali che mi arrivano hanno già determinato una certa lotta tra me e il Bordiga, il quale sostiene a torto che io sono molto disordinato; a tradimento egli mette il disordine tra le cose mie, con la scusa della simmetria e dell’architettura: ma in realtà io non riesco più a trovar nulla nel guazzabuglio simmetrico che mi trovo combinato. Carissima Julca: scrivimi a lungo sulla vita tua e dei bambini. Appena è possibile, mandami la fotografia di Giuliano. Delka ha fatto ancora molti progressi? Gli sono cresciuti nuovamente i capelli? La malattia ha lasciato in lui qualche conseguenza? Scrivimi molto di Giuliano. E Genia è guarita? Ti abbraccio stretta stretta

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